Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico.




Il nome botanico deriva dal latino valere, ovvero crescere in modo rigoroso, sano, oppure anche star bene, in merito alle sue proprietà calmanti.
La Valeriana è una Pianta erbacea e perenne, con breve rizoma stolonifero, fusto eretto e solcato in superficie da scanalature, radici fibrose emananti uno sgradevole e penetrante odore; in condizioni ottimali può raggiungere altezze di circa 150 cm. Le foglie sono opposte e prive di stipole, con picciolo presente solo nelle inferiori (le superiori sono sessili); tutte si presentano composte e imparipennate, costituite da 11-19 foglioline a lamina intera o dentata e di un bel colore verde intenso. I fiori, leggermente profumati, si trovano riuniti a formare un particolare tipo di infiorescenza detta corimbo; sono ermafroditi, con calice ridotto e corolla a 5 petali, tubolare e dal colore rosa chiaro. La fioritura avviene in aprile-giugno e l'impollinazione è entomogama (tramite Insetti). Il frutto è un achenio striato provvisto di setole piumose derivanti dalla modificazione che i piccoli denti del calice subiscono con la maturazione. La loro presenza ne aiuta la dispersione per mezzo del vento. La V.officinalis predilige gli ambienti freschi e umidi (mesofita) e cresce ai margini dei boschi e nei prati ombrosi fino a una altitudine di 1.400 metri.

Proprietà:
Tutte le specie di valeriana contengono: • olii essenziali (esteri dell'acido valerianico, acido valerenico, cariofillene, terpinolene, valerenolo, valerenale e composti diterpenici noti col nome di iridoidi); • alcuni alcaloidi (valerina, actinidina, catinina e alfa-pirrilchetone); • e dei flavonoidi (linarina, 6-metilapigenina ed esperidina). Si usa la radice della pianta che però ha un odore sgradevole. Possiede proprietà sedative e calmanti, favorendo il sonno. Il meccanismo d'azione dei suoi costituenti è abbastanza ben conosciuto. Si deve agli esteri degli acidi valerianici e agli iridoidi l'inibire l'enzima animale acido gamma-aminobutirrico transaminasi, preposto alla degradazione metabolica del neurotrasmettitore gamma-aminobutirrato (GABA). Questo mediatore chimico è notoriamente associato a fenomeni neuronali di tipo inibitorio ed è responsabile anche dell'induzione del sonno nell'uomo. Studi più recenti hanno evidenziato che anche alcuni degli alcaloidi possono avere una influenza più o meno diretta sul metabolismo del GABA, ma il loro meccanismo è ancora poco chiaro. Infine, pare che alcuni dei terpeni e dei flavonoidi possano fare da agonisti con i recettori dell'adenosina (quelli inibiti dalla caffeina) ed essere in parte responsabili dell'azione ipno-inducente, spasmolitica a livello intestinale e riducente sulla pressione arteriosa. Impiego fitoterapeutico Estratto della monografia della Commissione E (1985) del Ministero federale tedesco della Sanità: • Indicazioni: stati di agitazione, difficoltà di origine nervosa nell'addormentarsi • Controindicazioni: non somministrare a bambini sotto i 6 anni o a donne in stato di gravidanza o allattamento. • Effetti collaterali: con alte dosi può portare: mal di testa, nausea, vomito, vertigini, offuscamento della vista. • Interazioni: nessuna nota • Posologia: salvo diversa prescrizione: Infuso: 2-3 g per tazza da 1 a più volte al giorno Tintura: 1/2 - 1 cucchiaino da 1 a più volte al giorno Estratti: la dose corrispondente a 2-3 g da 1 a più volte al giorno Pillole: 3 capsule al giorno. Questi sono medicamenti/rimedi. Per ulteriori informazioni chiedere al proprio medico o farmacista/erborista. • Forma d'impiego: Uso interno: come succo di pianta fresca, tintura, estratti e altre preparazioni galeniche Uso esterno: come preparato da bagno • Proprietà: calmanti, facilitano il sonno Usato per facilitare il sonno non ha i classici effetti degli ipnotici e quindi non provoca pesantezza mentale al risveglio.
Bibliografia • Valeriana officinalis. Scheda a cura di EMEA (European Medicines Agency) diffuso a cura di farmacovigilanza.org • Prof. Dr. Christa Müller, Pharmazeutisches Institut der Universität Bonn: [1] • Della Loggia R. (cur); Piante officinali per infusi e tisane. Manuale per farmacisti e medici; OEMF 1993 Valeriana in Erboristeria: proprietà •

La valeriana è una pianta utilizzata principalmente per la sua attività tranquillante. Infatti, in estratto standardizzato, la valeriana è usata nella cura dell'insonnia e dei disturbi del sonno, ma anche nella terapia complementare di alcune manifestazioni di tipo ansioso (attacchi di panico, crisi di angoscia, tremori, crampi addominali, irritabilità, tensione nervosa, vertigini psicogene, colon irritabile, palpitazioni, cefalea). • Attività biologica Alla valeriana vengono attribuite proprietà sedative del sistema nervoso centrale (o SNC), antispastiche e ansiolitiche. Più precisamente, le attività sedative e ansiolitiche sembrano essere esercitate dai valepotriati e da alcuni costituenti dell'olio essenziale di valeriana, quali l'acido valerenico e il valerenale. Mentre le attività spasmolitiche sembrano essere imputabili al solo acido valerenico. Il meccanismo con cui le suddette molecole sono in grado di ridurre la componente ansiosa ha a che fare con il metabolismo del GABA (acido γ-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del SNC. Più nel dettaglio, sembra che questi composti contenuti all'interno della valeriana siano capaci di interferire con la degradazione del GABA. Studi condotti su animali hanno anche dimostrato che, in seguito all'assunzione di valeriana, si assiste a un incremento dei livelli di GABA nello spazio sinaptico, ottenuto tramite l'inibizione del reuptake e l'aumento della secrezione dello stesso neurotrasmettitore. Le proprietà sedative e ansiolitiche della valeriana sono state confermate da diversi studi ed è per questo motivo che l'utilizzo della pianta è stato ufficialmente approvato per il trattamento degli stati di agitazione e dei dei disturbi del sonno ad essi associati. Valeriana contro l'agitazione e i disturbi del sonno Come sopra affermato, l'utilizzo della valeriana costituisce un valido aiuto nel contrastare l'agitazione, l'irrequietezza e i disturbi del sonno che le accompagnano, grazie agli effetti che i valepotriati, l'acido valerenico e il valerenale esercitano sul sistema nervoso centrale.
Numerose sono le preparazioni a base di valeriana disponibili in commercio per il trattamento dei suddetti disturbi. Pertanto, per quanto riguarda la posologia di prodotto da utilizzare, si consiglia sempre di attenersi alle indicazioni riportate sul foglietto illustrativo, sulla confezione o sull'etichetta del prodotto che si ha intenzione di impiegare. Ad ogni modo, indicativamente, per il trattamento dell'agitazione si consiglia di assumere circa 200 mg di estratto di radici di valeriana 2-3 volte al dì. Contro i disturbi del sonno, invece, la dose di estratto solitamente consigliata è di 400-900 mg, da assumersi almeno trenta minuti prima di coricarsi. È bene sottolineare che le dosi sopra riportate sono puramente indicative e sono riferite a un estratto ottenuto miscelando due parti di radice di valeriana in polvere con nove parti di acqua e sei parti di alcool.
N.B.: quando la valeriana viene utilizzata a fini terapeutici, è essenziale utilizzare preparazioni definite e standardizzate in principi attivi ( acido valerenico ), poiché solo così si può conoscere la quantità esatta di sostanze farmacologicamente attive che si stanno assumendo. Quando si utilizzano preparazioni a base di valeriana, le dosi di prodotto da assumere possono variare in funzione della quantità di principi attivi contenuta. Tale quantità, solitamente, è riportata direttamente dall'azienda produttrice sulla confezione o sul foglietto illustrativo dello stesso prodotto, pertanto, è molto importante seguire le indicazioni da essa fornite. In qualsiasi caso, prima di assumere per fini terapeutici un qualsiasi tipo di preparazione contenente valeriana, è bene rivolgersi preventivamente al proprio medico.
Effetti Collaterali. In seguito all'assunzione di valeriana sono stati riportati casi di epatotossicità, benché la causalità debba essere ancora stabilita con certezza. Inoltre, in rare occasioni, la valeriana può causare effetti indesiderati a livello gastroenterico. In caso di utilizzi prolungati, invece, possono talvolta manifestarsi effetti collaterali come mal di testa, agitazione e disturbi del sonno.
Controindicazioni: L'utilizzo della valeriana è controindicato nei seguenti casi: • Ipersensibilità accertata verso uno o più componenti; • In pazienti affetti da patologie epatiche; • In gravidanza e durante l'allattamento senza il preventivo consiglio del medico; • In bambini e adolescenti con meno di 14 anni di età. Valeriana:
Interazioni farmacologiche L'assunzione di valeriana può interferire con l'attività di sostanze o farmaci, quali: • Barbiturici, benzodiazepine e analgesici oppioidi, poiché la somministrazione concomitante della pianta in questione può causare un'eccessiva depressione del sistema nervoso centrale. • Loperamide, poiché l'uso contemporaneo di valeriana può favorire l'insorgenza di episodi di delirio caratterizzati da agitazione e disorientamento. • Piante medicinali efarmaci epatotossici, perché può verificarsi un aumento del rischio di tossicità per il fegato. • Antistaminici. • Antidepressivi. • Alcool, la pianta può aumentarne gli effetti sedativi. • Ferro, poiché l'assunzione concomitante di valeriana può interferire con l'assorbimento del ferro stesso.
Avvertenze: consigliato  Uso esclusivo di estratti standardizzati in acidi valerenici





 
Passiflora L. è un genere di piante della famiglia Passifloraceae che comprende circa 465 specie di piante erbacee perenni ed annuali, arbusti dal portamento rampicante e lianoso, arbusti e alberelli, alti fino a 5–6 m, originarie dell'America centro-meridionale, con alcune specie provenienti dal Nord America, Australia e Asia. Il nome del genere, adottato da Linneo nel 1753 e che significa "fiore della passione" (dal latino passio = passione e flos = fiore), gli fu attribuito dai missionari Gesuiti nel 1610, per la somiglianza di alcune parti della pianta con i simboli religiosi della passione di Gesù: i viticci alla frusta con cui venne flagellato, i tre stili ai chiodi, gli stami al martello, la raggiera corollina alla corona di spine.
Morfologia: le radici generalmente fascicolate, in alcuni casi sono carnose, a volte con produzione di polloni radicali, alcune specie come la Passiflora tuberosa hanno radici tuberose. Il fusto abbondantemente ramificato, è sottile, talvolta cavo, a sezione rotonda, quadrata, triangolare o poligonale, solitamente di colore verde nei giovani esemplari, ricoperto da corteccia nei soggetti vetusti. Le foglie sono alterne, di forma, consistenza, dimensioni ed aspetto variabili, con specie a foglie semplici lanceolate, bilobate o palmate con 3-9 lobi, con dimensioni di pochi millimetri come la P. gracillima fino a dimensioni di diversi decimetri come la P. gigantifolia. Nelle specie rampicanti all'ascella delle foglie ci sono gli organi di ancoraggio, a forma di viticci o più raramente appendici ramificate dotate di ventose, come nella P. discophora e nella P. gracillima, o in alcuni casi delle formazioni spinose. I fiori sono normalmente ermafroditi, ascellari e solitari, raramente riuniti a coppie come nella P. biflora, o riuniti in racemi come si può osservare nella P. racemosa; le dimensioni sono molto variabili in dipendenza della specie, potendo arrivare al diametro di 12–15 cm della P. quadrangularis. Generalmente hanno tre brattee di varia forma, a volte colorate e dotate di ghiandole nettarifere, il calice più o meno allungato, con 5 sepali, 5 petali a volte assenti; è normalmente presente una corona di filamenti di forma e colore variabile, con 5 filamenti che portano le antere e 3 stili recanti gli stigmi, a volte profumati o con odore sgradevole. I frutti sono generalmente bacche ovoidali o allungate, ricoperte da un leggero tegumento che, a maturazione, si colora di giallo, viola, blu o nero, a volte con striature gialle o verdi, a volte è una capsula deiscente a maturazione, di varie dimensioni; all'interno del frutto si trova una polpa gelatinosa (arillo) che contiene piccoli semi di forma appiattita, cuoriformi, di colore scuro, coriacei e rugosi.
Coltivazione: Le prime notizie di coltivazione in Italia della Passiflora sono riportate nel libro Erbario o Storia generale delle piante del nobile veneziano Pietro Antonio Michiel pubblicato tra il 1553 ed il 1565. Forma chiara di Passiflora caerulea La Passiflora caerulea è l'unica specie coltivata in Italia che sopporta il gelo invernale dei nostri climi nordici, ma dalla Toscana in giù possono vivere altre varietà tipo la passiflora racemosa di color rosso intenso. Originaria del Sudamerica, vigorosa pianta rampicante con lunghe ramificazioni dotate di robusti viticci che le permettono di ancorarsi facilmente a qualunque supporto, foglie persistenti o semi-persistenti, palmatofite a 5-7 segmenti, di colore verde scuro, fiori larghi anche 8–12 cm, attiniformi, ermafroditi, ascellari e solitari di circa 10 cm di diametro, di colore bianco-verdastro, con 5 petali bianco-rosati, 5 sepali che circondano una doppia corona di filamenti bianchi, blu, purpureo-scuro, lilla o violacei, che a loro volta circondano le antere dorate, 5 stami e gineceo con 3 carpelli dai grossi stimmi; fioriscono nei mesi estivi da giugno a settembre. I frutti sono bacche oblunghe globose eduli, con arillo carnoso contenenti numerosi semi. Altre specie ornamentali originarie delle zone tropicali del Sudamerica, poco rustiche e coltivate in serra o negli appartamenti sono la P. racemosa, dai fiori rossastri o biancastri riuniti in infiorescenze pendule, che fiorisce da maggio a settembre, la P. edùlis che fiorisce da giugno ad agosto-settembre, la P. trifasciata, la P. quadrangularis che fiorisce da maggio a luglio dai fiori bianco-rosati, la P. violacea che fiorisce in agosto e settembre, e la P. umbilicata con fiori rosso-brunastri. 
Proprietà medicinali: Le specie utilizzate a scopi medicinali sono la P. caerulea, la P. incarnata e la P. edulis. Se ne utilizzano le parti verdi, ricche di flavonoidi e alcaloidi indolici, maltolo e acidi grassi, raccolte da giugno a settembre e fatte essiccare all'ombra in luogo arieggiato. Nell'antichità già gli Aztechi utilizzavano la passiflora come rilassante. L'infuso, lo sciroppo e l'estratto fluido hanno proprietà sedative del sistema nervoso, tranquillanti, ansiolitiche, antispastiche, curative dell'insonnia, della tachicardia e dell'isterismo; inducono un sonno fisiologico e una attività diurna priva di ottundimento. Già ai tempi della prima guerra mondiale, la passiflora fu utilizzata nella cura delle "angosce di guerra". L'infuso è stato inoltre utilizzato per la psicoastenia. Le caratteristiche farmacologiche della Passiflora incarnata la rendono utile per facilitare, con il controllo del medico, lo svezzamento dagli psicofarmaci.






Il meliloto (melilotus officinalis), conosciuto anche col nome di VETTURINA GIALLA, è una pianta erbacea annua della famiglia delle leguminose molto diffusa in Europa, Asia e nelle zone temperate; cresce spontanea sui cigli delle strade, nei campi, nelle vigne, in terreni calcarei, e per il suo gradevole PROFUMO DI FIENO veniva spesso seminata assieme al foraggio dei bovini, perché il loro latte risultasse più dolce e profumato. Il suo nome, infatti, significa “miele di trifoglio” e i suoi fiori emanano un gradevole profumo di miele e il suo nettare è particolarmente gradito dalle api. Il meliloto è da secoli conosciuto e apprezzato per le sue molte proprietà: si usano le sommità fiorite che, somministrate in infuso, trovano indicazione nella cura dell’INSONNIA, della DEPRESSIONE e degli STATI D’ANSIA. Nei tempi passati, in Germania e Francia, era uso somministrarla ai bambini che non riuscivano a dormire, che avevano la tosse o il mal di denti. Secondo una ricerca condotta dal National instute of health, il meliloto presenta particolari effetti benefici in caso di INFIAMMAZIONI ACUTE grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e decongestionanti e viene impiegato come antinevralgico sin dai tempi di Plinio il Vecchio. Questa pianta, inoltre, aumenta la permeabilità delle pareti venose: alcune ricerche hanno quindi dimostrato che il meliloto estratto a secco è molto efficace in casi di INSUFFICIENZA VENOSA E LINFATICA e di VENE VARICOSE. Per uso topico, il meliloto viene impiegato sottoforma di decotto CONTRO LE CONGIUNTIVITI e per IMPACCHI AGLI OCCHI, in particolare se unito all’azione di foglie di noce e fiori di camomilla. L'effetto principale del Meliloto è sul drenaggio linfatico e deve questa sua proprietà alla cumarina.

Le indicazioni terapeutiche principali sono, comunque, i disturbi della circolazione venosa quali emorroidi e varici ed anche ulcere della gamba e tromboflebite; esercita inoltre un'azione protettiva contro le ustioni quando somministrato sia prima sia subito dopo l'insorgenza della lesione. Possiede proprietà antispasmodiche e sedative (date dalla cumarina contenuta nella pianta) soprattutto a livello del sistema nervoso centrale e viscerale; antisettiche a livello dell'apparato urinario (Proprietà date dai flavonoidi). Il Meliloto è indicato negli spasmi a livello renale (precalcolosi, cistiti ecc.) con dolori circoscritti o erranti. Oltre ai principi attivi citati, la pianta contiene anche un glucoside (Acido melilotico), tannini, essenza, resina ed amido.
Il suo nome scientifico è: Melilotus officinalis, fa parte della famiglia dell’erba medica e del trifoglio. E’ molto conosciuto negli ambienti zootecnici (è considerato un alimento molto pregiato per gli animali erbivori). La parte della pianta utilizzata in erboristeria è la sommità fiorita, perché dalla sua fermentazione vengono ricavate sostanze con spiccati effetti anticoagulanti, che possono risultare utili in caso di varici, contro i rischi di flebiti, contro l’ipercoagulazione del sangue e, per l’effetto tonico sulla circolazione, nella lotta alla cellulite.
Melilotus officinalis contiene cumarina e flavoni. L'azione si esercita principalmente sulle vene. Perciò le modalità di azione e il campo di impiego sono simili a quelli dei preparati di castagna d'India. L'impiego interno si ha nei casi di vene varicose e di tromboflebite. Il meliloto è una antica pianta medicinale, però fino a non molto tempo fa non sapevamo usarla in modo appropriato. Del tutto simile nell'aspetto e nelle proprietà, solo più alto e vigoroso, è il Melilotus altissimus; che cresce anch'esso spontaneo in Germania, sebbene più raro. Invece il meliloto bianco, Melilotus albus, che ha fiori bianchi, non è usato come pianta medicinale. Il punto di partenza delle ricerche sul Melilotus sono state delle osservazioni in campo agricolo. Un farmacista del Wisconsin, negli USA, in occasione di una grossa moria di bestiame, notò che ci doveva essere un collegamento con la presenza di abbondanti quantità di meliloto. Gli animali presentavano grossi ematomi e avevano evidentemente una aumentata predisposizione alle emorragie. Egli richiamò l'attenzione, su questo fatto, del chimico link e gli chiese una spiegazione: era capitato proprio sull'uomo giusto. Con indagini, che durarono diversi anni, link riuscì a dimostrare che la sostanza nociva del meliloto era la cumarina. Di per sé essa non agisce come anticoagulante, però nei processi di fermentazione si trasforma in dicu-marolo, a forte azione anticoagulante, che agisce come antagonista della vitamina K. Così è chiaro anche che Melilotus stesso non influenza la coagulazione del sangue; esso agisce piuttosto sulle pareti delle vene, aumentando la permeabilità, e comportandosi quindi come l'escina. Ne deriva necessariamente lo stesso campo di indicazione, principalmente nelle malattie delle vene e nei disturbi provocati dalle vene varicose. In questa azione i flavoni hanno un ruolo complementare. Melilotus dunque non è da considerare un anticoagulante vegetale, come invece ipotizzavano Lenfeld e coli. (1954), e nemmeno un succedaneo degli anticoagulanti. Tuttavia, in numerose ricerche sperimentali, si è potuto dimostrare che l'azione del meliloto si svolge, oltre che sul sistema venoso, sul sistema linfatico, cosicché si ha anche un influsso sui linfoedemi grazie a un effetto linfocinetico ("angiolitico linfatico-venoso").






Melatonina 

Sintesi e secrezione: La melatonina (chimicamente N-acetil-5-metossitriptammina) è un ormone prodotto dalla ghiandola pineale (o epifisi), ghiandola posta alla base del cervello. La produzione di melatonina è minima nei primi mesi di vita, aumenta nell'età giovanile per poi tornare a calare nella tarda età adulta ed anziana. Agisce sull'ipotalamo e ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia. Oltre che negli esseri umani, essa è prodotta anche da animali, piante (fitomelatonina) e microorganismi[1][2]. La melatonina è stata scoperta circa 50 anni fa e più precisamente nel 1958 da Aaron Lerner, un dermatologo che isolò questo ormone nella ghiandola pineale delle mucche. Per molti anni sulla melatonina si è detto e letto di tutto e ancora oggi l'argomento è più che mai attuale. Al momento la ricerca sta ancora lavorando per raccogliere dati riguardo l'uso, i dosaggi ed i tempi di utilizzo. Sono state inoltre ipotizzate nuove possibili applicazioni della melatonina nel campo delle malattie degenerative e nel trattamento dell'invecchiamento.
Funzioni: La melatonina è un ormone molto importante dato che regola il ritmo circadiano dell'organismo. La sua secrezione viene regolata dalla luce: quando lo stimolo luminoso arriva alla retina viene trasmesso un segnale all'epifisi dove viene inibita la sua secrezione. Il buio, al contrario, ne stimola il rilascio. Per questo motivo la melatonina ha un picco nelle ore notturne e valori molto più bassi (nadir) durante il giorno. La melatonina come regolatore sonno-veglia La melatonina viene sintetizzata in assenza di luce dalla ghiandola pineale; poco dopo la comparsa dell'oscurità, le sue concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente all'approssimarsi del mattino. L'esposizione alla luce (soprattutto alla lunghezza d'onda blu tra 460 e 480 nm) inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente. È pertanto utilizzata per il trattamento a breve termine dell'insonnia al di sopra dei 55 anni d'età.[14][15] . Dato che la melatonina ha un effetto sedativo il cervello la utilizza come una sorta di segnale per informare l'organismo che è buio e che è pertanto giunto il momento di dormire e riposarsi.

La melatonina è un ormone lipo-idrosolubile prodotto principalmente dall'Epifisi, una piccola ghiandola presente nel cervello. Viene secreta durante la notte in risposta alla mancata stimolazione dei fotorecettori retinici da parte della luce diurna. La melatonina è molto bassa durante i primi tre mesi di vita e senza notevoli differenze tra livelli notturni e diurni. Dal 4-6 mese i livelli di melatonina aumentano gradualmente con un picco a 3 anni . La sua produzione diminuisce con l'età a causa della calcificazione dell'Epifisi Melatonina e disturbi del sonno I disturbi del sonno si possono suddividere in due principali categorie: da una parte troviamo tutte quelle persone che fanno molta fatica a prendere sonno ma che quando si addormentano portano a termine il loro riposo; dall'altra vi sono invece soggetti che si addormentano facilmente ma che si svegliano nel cuore della notte o nelle prime ore della mattina senza poi riuscire a riaddormentarsi. La melatonina si è dimostrata efficace soprattutto nel primo caso dove agisce andando a ripristinare i naturali ritmi biologici dell'organismo.
Alcuni disturbi del sonno dipendono infatti soprattutto dallo sfasamento del ciclo di secrezione della melatonina mentre un deficit quantitativo è abbastanza raro. L'efficacia della melatonina nella cura del jat-lag è stata ampiamente documentata. Si tratta infatti del campo di applicazione più studiato ed in cui la melatonina si è dimostrata più efficace. Il jet-lag altro non è che la cosiddetta sindrome da fuso orario che colpisce coloro che viaggiano frequentemente da una parte all'altra del mondo. Tipica delle hostess di voli intercontinentali, tanto per citare un esempio, questa sindrome si caratterizza per disturbi del sonno, mancanza di appetito, difficoltà digestive, nervosismo ed irritabilità. Un integrazione di melatonina interviene in questi casi per regolarizzare l'orologio interno, scombussolato dal fuso orario.
Altre funzioni: Qualche anno fa alcuni studi condotti negli Stati Uniti su topi di laboratorio diedero risalto alla melatonina dipingendola come un integratore in grado di rendere le persone più giovani, più vitali e migliorare persino la loro attività sessuale. Dopo l'uscita di questi studi, sapientemente avvalorati dalle aziende produttrici di integratori, esplose, soprattutto negli Stati Uniti, un vero e proprio boom della melatonina. In Italia la melatonina è conosciuta anche grazie al suo presunto ruolo terapeutico nella cura del professor Di Bella. In effetti esistono in letteratura diversi studi che sottolineano il potenziale ruolo antiossidante ed antitumorale della melatonina. In particolare, secondo le recenti, acquisizioni la melatonina sarebbe in grado di ridurre considerevolmente gli effetti collaterali di determinati farmaci utilizzati nella terapia antitumorale.
Effetti collaterali: Non esistono ancora studi scientifici che dimostrino l'assenza di effetti collaterali derivanti da un'assunzione cronica di melatonina. Anche per questo motivo l'utilizzo continuato della melatonina come agente antinvecchiamento è controverso (alcuni studi denunciano un possibile effetto depressivo in soggetti predisposti). La melatonina è invece praticamente priva di controindicazioni quando viene assunta soltanto per brevi periodi. Quando si parla di melatonina la parola integratore è d'obbligo; secondo l'FDA, questa sostanza non è infatti ancora considerata un farmaco e come tale le libertà chimiche di produzione e di commercio sono molto diverse. La melatonina può infatti essere venduta con una certa libertà nelle farmacie come prodotto da banco ma anche nelle erboristerie e nei supermercati autorizzati. Anche se è diffusa la sensazione contraria, gli effetti collaterali della melatonina non sono nulli, anche se questi derivano da un uso inappropriato della sostanza: negli anni, vari culturisti professionisti e svariate riviste d'informazione sportiva hanno affermato la possibilità, con il sostegno di alcuni studi scientifici[16], che dosi giornaliere fra 0,5 mg e 3 mg, assunte 30-60 minuti prima dell'allenamento, aumentino i livelli di ormone della crescita, senza dare effetti collaterali, che di solito vengono riconosciuti in irritabilità e sonnolenza. La melatonina diminuisce il rilascio di GnRH: per questo motivo diminuisce la sintesi di testosterone e quindi la libido. Più precisamente, inibisce la secrezione dell'ormone luteinizzante, che stimola nel maschio l'attività endocrina delle cellule interstiziali del testicolo con produzione di testosterone e di sperma, e nella femmina l'ovulazione e la conversione del follicolo ovarico in corpo luteo.[17] Assunta per periodi prolungati, la melatonina può avere un effetto depressivo nei soggetti predisposti[18]; inoltre, può inibire l'ovulazione proprio a causa della soppressione del rilascio di GnRH che essa causa[19]. Dosi di assunzione Solitamente la melatonina viene assunta sotto forma di compresse che ne contengono dagli 1 ai 5 mg. Sono infatti sufficienti uno o due milligrammi di melatonina per far impennare i valori ematici di questo ormone (sino a 100 volte superiori rispetto a quelli fisiologici). Soltanto dopo 4,6,8 ore tali valori tornano nella norma; bisogna infatti ricordare che esistono integratori in forma rapida che determinano un immediato picco di melatonina ed altri a lento rilascio (slow-release) che danno picchi inferiori ma prolungati nel tempo. Solo il medico, attraverso un'accurata anamnesi del paziente, potrà orientarlo verso l'assunzione di una determinata formula, consentendo di ottenere il massimo risultato nella massima sicurezza. Fino a qualche anno fa si consigliavano dosi da 3mg di melatonina per il maschio (peso corporeo maggiore) ed un solo milligrammo per la donna. Attualmente la ricerca si sta invece orientando su dosi molto più basse (nell'ordine di 0,1-0,3 mg) che sembrano comunque essere altrettanto efficaci.

Con una circolare del Ministero della Salute, avente oggetto "Rivalutazione degli apporti ammessi di melatonina negli integratori alimentari", è stato ridotto l'apporto massimo giornaliero consentito per la melatonina negli integratori alimentari, portandolo da 5 a 1 mg. La motivazione è duplice: coesistenza di farmaci, sul mercato europeo, con tenore medio di 2 mg giornalieri di melatonina, possibilità di rivendicare benefici effetti fisiologici al dosaggio di 1 mg di melatonina, come riportato nel Regolamento 432/2012 (cosiddetto Regolamento Claims).







L-Triptofano


Il triptofano è un amminoacido poco polare, il suo gruppo laterale è un indolile. È alla base del gruppo di composti delle triptamine. È una molecola chirale. L'enantiomero L è uno dei 20 amminoacidi ordinari. Poiché l'organismo umano non è in grado di sintetizzarlo, deve essere ricavato dagli alimenti e pertanto è classificato tra gli amminoacidi essenziali.[2] Oltre a partecipare alla costituzione delle proteine dell'organismo, interviene in numerose reazioni chimiche, in particolare nella sintesi di serotonina e di acido nicotinico. In natura, il triptofano si ritrova nelle proteine alimentari, essenzialmente quelle di origine animale. Ne è ricca la Griffonia, pianta tropicale africana della famiglia delle leguminose. Il fabbisogno di un adulto è circa 250 mg/die. La concentrazione di triptofano nel sangue è generalmente compresa fra 10 e 40 mmol/l (2 e 8 mg circa/litro). Tracce di questo amminoacido si ritrovano anche nelle urine.
Biosintesi: Piante e microrganismi generalmente sintetizzano il triptofano dall'Acido shikimico o dall'Acido antranilico. Questo si condensa con fosforibosil pirofosfato (PRPP), generando pirofosfato come sottoprodotto. Dopo l'apertura dell'anello della frazione ribosio e dopo decarbossilazione riduttiva, si genera indolo-Gliceraldeide-3-fosfato, che a sua volta si trasforma in indolo. Nell'ultimo passaggio, l'enzima triptofano sintasi catalizza la formazione di triptofano dall'aminoacido serina e dall'indolo.[3] Metabolismo Il triptofano è precursore della serotonina (un neurotrasmettitore), della melatonina e della niacina; il metabolita intermediario tra triptofano e serotonina è il 5-idrossitriptofano (5-HTP). Il suo metabolismo è integrato in processi di grande importanza biochimica e fisiologica. In alcuni tessuti viene decarbossilato a triptamina oppure idrossilato e quindi decarbossilato con formazione di 5-idrossitriptamina o serotonina. Nell'organismo il triptofano viene anche metabolizzato mediante apertura dell'anello indolico con formazione di formilchinurenina e di chinurenina. Tale processo rappresenta la tappa iniziale nella biosintesi dell'acido nicotinico e della nicotinammide, vitamine del complesso B. La conversione del triptofano in serotonina non avviene se manca il necessario apporto di vitamina B6 e vitamina C. Prima un enzima vitamina B3 dipendente per convertire il triptofano in 5-HTP. Un enzima vitamina B6 dipendente è invece necessario per convertire il 5-HTP in serotonina. Il 5-idrossitriptofano può superare facilmente la barriera emato-encefalica, senza avere bisogno dell'aiuto di molecole trasportatrici, mentre l'L-triptofano può raggiungere il sistema nervoso centrale solo grazie a queste ultime. La presenza di Triptofano favorisce il passaggio della barriera emato-encefalica da parte degli zuccheri, con intuibili vantaggi per l'approvvigionamento energetico di tutto il sistema nervoso centrale.
Isolamento: L'isolamento del triptofano è avvenuto la prima volta nel 1901, da Frederick Hopkins, attraverso l'idrolisi della caseina. Da 600 grammi di caseina grezza si ottennero 4-8 grammi di triptofano. Usi Per qualche tempo il triptofano è stato inizialmente distribuito sul mercato come semplice integratore alimentare. Poi per molte persone si è rivelato un rimedio efficace e sicuro per promuovere il sonno, data la sua insita capacità di alzare nel cervello umano il livello della serotonina, sostanza dall'azione calmante se presente in dosi moderate; e della melatonina, uno pseudo-ormone prodotto dalla ghiandola pineale in risposta al buio o alla poca luce, che consente di modulare i ritmi sonno-veglia. Molte ricerche cliniche hanno confermato scientificamente l'utilità del triptofano come sonnifero naturale e come farmaco contro tutti i disturbi legati a chi ha un basso livello di serotonina. In particolare, il triptofano si è mostrato come un promettente antidepressivo, sia da solo che in sinergia con altri farmaci antidepressivi.
Altre possibili indicazioni sembrano essere l'attenuazione del dolore cronico ed il trattamento dei comportamenti violenti, maniacali, compulsivi ed ossessivi legati alle nevrosi.[4] Nel 1989, una misteriosa epidemia di casi disabilitanti (e a volte mortali) di una malattia autoimmune chiamata sindrome eosinofilo-mialgica è stata attribuita ad un lotto di triptofano sintetizzato impropriamente. La coltura batterica usata dalla Showa Denko fu geneticamente modificata per aumentare la resa di triptofano; sfortunatamente, un sottoprodotto della trasformazione si rivelò essere, secondo uno studio di Science, un aminoacido tossico, derivato innaturale dell'L-triptofano, che inquinò il prodotto finito. A prescindere dalle cause della tossicità, il triptofano - come integratore alimentare - fu ritirato dal mercato negli Stati Uniti e in altri paesi subito dopo. Il triptofano rimane sul mercato come farmaco che alcuni psichiatri continuano a prescrivere, specialmente a pazienti poco rispondenti ad altri farmaci antidepressivi ed è ancora oggetto di vari test clinici. In Europa è tuttora in commercio a basse dosi anche come integratore alimentare. Secondo ricercatori, del National Institutes of Health, di Baltimora, su un modello animale, dopo alte dosi di MDMA circa l'80% delle terminazioni nervose interessate alla trasmissione serotoninergica viene depauperata, il pretrattamento con L-triptofano può essere utile per ridurre l'entità del depauperamento della Serotonina indotto da MDMA; suggerendo l'utilità clinica di questo approccio nei soggetti astinenti dall'MDMA.[6]. Nell'alimentazione Data la nostra incapacità di sintetizzarlo autonomamente, il triptofano dev'essere assunto attraverso gli alimenti; ne sono ricchi i legumi, le carni, il pesce, i latticini, le uova, l’ avena, le banane, I datteri e I finocchi. Particolarmente noti per l'elevato contenuto in triptofano sono il cioccolato, le arachidi, il latte, i formaggi, lo yogurt, la ricotta, l'alga spirulina ed i semi di sesamo. Triptofano contenuto nei diversi alimenti: vedi tabella Patologie legate al triptofano Il deficit congenito di enzimi che metabolizzano il triptofano si traduce in un conseguente accumulo dell'amminoacido e dei suoi derivati nell'organismo. La Malattia di Hartnup è una patologia genetica dovuta a un'anomalia del trasporto di alcuni amminoacidi nel sangue, tra cui il triptofano. La concentrazione di triptofano nel sangue aumenta in alcuni tumori dell'intestino e in diverse patologie psichiatriche.
Fabbisogno: Il fabbisogno quotidiano nell'adulto è stimato in 3-3.5 mg/kg. Dato che se ne trovano, tanto per citare qualche esempio, ben 560 mg in 100 grammi di parmigiano reggiano e 240 mg in un etto di pollo, l'apporto alimentare di triptofano è normalmente superiore rispetto al fabbisogno.
Funzioni: Oltre ad essere un amminoacido chiave nella sintesi proteica, il triptofano rappresenta il punto di partenza per la sintesi di alcune sostanze biologiche, come la serotonina e la niacina. La serotonina è un neurotrasmettiore sostanzialmente eccitatorio, sintetizzato attraverso una via metabolica chiamata triptofano idrossilasi (dal nome di un enzima coinvolto in tale pathway). Nota anche come "ormone del buonumore", la serotonina può essere convertita in melatonina, importantissima nella regolazione del ciclo sonno-veglia. La niacina, meglio conosciuta come vitamina PP, è coinvolta nei metabolismi cellulari che convertono i macronutrienti in energia; indicativamente circa il 3.3% del triptofano alimentare viene destinato alla sintesi di niacina.
Integratori di triptofano: L'uso di questo amminoacido come integratore è dovuto sostanzialmente al suo già accennato ruolo nella sintesi di serotonina. I livelli di triptofano nel sangue sono particolarmente bassi nelle persone intolleranti al lattosio (ricordiamo che i latticini sono particolarmente ricchi di triptofano) o con disordini dell'assorbimento del fruttosio. Dall'altra parte, i livelli di serotonina sono spesso diminuiti nei pazienti depressi, che non a caso vengono frequentemente trattati con farmaci "inibitori selettivi del riassorbimento di serotonina" (fluoxetina, sertralina, citalopram, escitalopram, fluvoxamina, paroxetina). Questi medicinali vanno ad agire a livello delle sinapsi cerebrali (spazi destinati alla trasmissione nervosa tra due neuroni), impedendo la normale ricaptazione ed eliminazione fisiologica della serotonina (la quota riassorbita dal terminale presinaptico viene processata dalle monoaminossidasi, che ossidano la serotonina, poi trasformata in acido 5-idrossiindoloacetico escreto con le urine). Grazie a questi princìpi attivi, i maggiori livelli di serotonina a disposizione dei recettori postsinaptici possono riequilibrare i disturbi generati dalla sua eventuale carenza, come quelli associati al disturbo ossessivo-compulsivo o alla depressione maggiore. Integratori di 5-idrossitriptofano Il fattore limitante di questo processo biologico risiede nell'attività dell'enzima triptofano idrossilasi, motivo per cui si preferisce ricorrere all'integrazione non tanto di triptofano in sé, quanto del prodotto di questo enzima: il 5-idrossitriptofano, presente negli alimenti in quantità irrisorie. Questo derivato amminoacidico, capace di attraversare la barriera ematoencefalica, viene proposto come antidepressivo, valido aiuto contro l'insonnia ed anoressizzante (inibitore dell'appetito, in particolar modo del bisogno smodato di dolciumi). Sebbene si sia dimostrato efficace nell'aumentare i livelli di serotonina e melatonina nell'organismo, l'uso di un integratore a base di 5-idrossitriptofano non può sostituirsi alle classiche terapie antidepressive o ipnotiche, le quali - pur con inevitabili effetti collaterali - assicurano un'efficace azione terapeutica. Si invita quindi il lettore a NON sostituire spontaneamente la terapia farmacologica classica con integratori a base di 5-idrossitriptofano, né tanto meno ad assumerli insieme a farmaci antidepressivi (salvo diversa prescrizione medica). Inoltre il 5-idrossitriptofano può essere convertito a serotonina direttamente nel fegato e ciò aumenta significativamente il rischio di disfunzioni valvolari cardiache (effetto dimostrato in modelli animali mediante somministrazione diretta di serotonina).
Modo d'uso I dosaggi di assunzione consigliati sono di 300-1000 mg/die per il triptofano, e di 50-100 mg/die per il 5-idrossitriptofano.